C’è una data che ogni cittadino di Salgareda dovrebbe custodire nella memoria: il 31 gennaio 1926. La Grande Guerra, che aveva raso al suolo il paese, si era conclusa da sette anni e due mesi; anche la chiesa non era sopravvissuta alla devastazione. La ricostruzione del nuovo edificio sacro ebbe inizio con la posa della prima pietra il 29 settembre 1922 e, a gennaio del 1926, la chiesa era ormai sostanzialmente ultimata e pienamente agibile. Nei libri di storia e nei documenti ufficiali dell’epoca, si legge spesso che l’inaugurazione avvenne domenica 17 gennaio. Persino mons. Chimenton, protagonista della cerimonia, indicò quella data nei suoi scritti. La storia, però, ci ha consegnato un piccolo e affascinante “giallo”, risolto solo grazie a un’attenta ricerca d’archivio tra i telegrammi del passato.
L'imprevisto: una chiesa senza porte
Immaginiamo la scena: è metà gennaio, tutto sembra pronto, gli inviti sono stati spediti, il popolo è in attesa.
Ma emerge un problema, un “piccolo” inconveniente tecnico: mancano le porte d’ingresso. Don Pietro Sartor, parroco dell’epoca, affrontò l’emergenza con pragmatismo. Dagli archivi della Curia di Treviso sono emersi due telegrammi decisivi, capaci di riscrivere la cronologia degli eventi:
- 12 gennaio: don Pietro chiede alla Curia di rinviare la cerimonia prevista per il 17 gennaio, poiché i portoni non sono ancora stati consegnati.
- 22 gennaio: un secondo telegramma annuncia finalmente l’arrivo delle porte. La nuova data viene fissata per l’ultima domenica del mese.
Una domenica di pioggia
Il 31 gennaio 1926 non fu una giornata di sole. La pioggia cadeva fitta e il freddo si faceva sentire, ma né il fango né le intemperie riuscirono a fermare la folla. La gente di Salgareda non ne poteva più della cosiddetta “chiesa baracca”, il rifugio di fortuna, ormai fatiscente e precario, in cui si era celebrato tra spifferi e umidità fin dalla fine della guerra. La nuova chiesa, in quel momento, era un grande guscio ancora spoglio: mancavano gli altari, gli arredi erano assenti e l’altare maggiore doveva ancora essere realizzato. Ma era un edificio solido, imponente, la prova tangibile della rinascita.
La cronaca della giornata: volti e nomi
Alle ore 9.00 il paese era in fermento. In canonica si riunirono le personalità che avevano reso possibile il “miracolo” della ricostruzione: il delegato vescovile mons. Chimenton, l’ingegner Schiratti, progettista dell’opera, il direttore dei lavori Celestino Valz Brenta e il geometra Angelini. Accanto a loro, figure centrali della vita civile e religiosa del territorio: Alessandro Dalla Nora, l’arciprete di Ponte di Piave don Piero Zanetti, il medico condotto dott. Madrassi e il segretario comunale Vittorio Cremonese. Insieme a loro, una schiera di cittadini notabili: Ruggero Dalla Costa, Carmelo Rebecca, Giuseppe Davanzo, i fratelli Furlani e il capomastro Ernesto Borin, colui che quelle mura le aveva fatte crescere giorno dopo giorno.
La musica e l'emozione
Il solenne Pontificale delle ore 10.00 fu un momento di profonda commozione. La Schola Cantorum intonò la Messa di San Pietro Orseolo di Oreste Ravanello. Nell’omelia, mons. Chimenton pronunciò parole destinate a restare impresse nella memoria collettiva, ricordando come Salgareda fosse stata una vera e propria “vasta trincea”, martellata dalle artiglierie per la sua vicinanza al Piave. Il momento più simbolico giunse però alle ore 14.00. Una numerosa folla in processione accompagnò il Santissimo Sacramento dalla vecchia “baracca” alla nuova dimora sacra. Sulle note solenni del Te Deum di Lorenzo Perosi, il paese chiuse definitivamente il capitolo più doloroso della guerra, aprendo una nuova stagione di speranza.
Un'eredità da custodire
Oggi viene spontaneo chiedersi se chi varca le porte della chiesa — proprio quelle consegnate con tanto ritardo nel 1926 — ricordi quelle date, quegli eventi, il sacrificio, la tenacia e la fede di chi ci ha preceduto. Quella giornata non segnò soltanto l’inaugurazione di un edificio, ma il ritorno alla vita di un’intera comunità.
Sacerdoti e Parrocchiani: una storia condivisa
Nel corso di questi cento anni, la chiesa di Salgareda ha attraversato epoche diverse, trasformazioni sociali, momenti di difficoltà e stagioni di rinnovamento. A garantirne la continuità sono stati i parroci che si sono succeduti nel tempo, chiamati non solo ad amministrare un edificio, ma a custodire una comunità. Attraverso il loro ministero si sono mantenute vive la liturgia, la cura pastorale e il legame profondo tra la chiesa e il paese.
Accanto ai sacerdoti, un ruolo fondamentale è stato svolto dai parrocchiani. Generazioni di uomini e donne hanno contribuito, con il lavoro volontario, l’impegno quotidiano e il sostegno concreto, alla conservazione della chiesa e alla vita della parrocchia. Dalla ricostruzione materiale del primo dopoguerra fino alla manutenzione, agli abbellimenti e alle attività comunitarie dei decenni successivi, la storia dell’edificio sacro si intreccia indissolubilmente con quella dei suoi fedeli.
La chiesa di Salgareda è il risultato di questo cammino condiviso: un luogo che non appartiene a un singolo tempo o a singole persone, ma che porta impressi i segni di cento anni di presenza, di servizio e di partecipazione collettiva. Custodirne la memoria significa riconoscere il valore di chi l’ha guidata e di chi, silenziosamente, l’ha abitata e sostenuta.

